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Incontro con Silvio Ursini, vice-presidente esecutivo del Gruppo Bulgari, responsabile del progetto Bulgari Hotels & Resorts. Il design di tutti gli alberghi Bulgari è realizzato dallo studio Antonio Citterio Patricia Viel

 

di Gilda Bojardi con Antonella Boisi

 

L’appuntamento è al Bulgari Hotel di Milano, in via Fratelli Gabba, il primo firmato dallo studio Citterio Viel per la collezione Bulgari Hotels & Resorts che oggi annovera ben sei alberghi realizzati – Milano, per l’appunto, del 2004, Bali (2006) e Londra (2012), Pechino e Dubai (rispettivamente settembre e dicembre 2017), Shanghai (giugno 2018) – e tre in costruzione, a Mosca, Parigi e Tokyo, che saranno aperti tra il 2020 e il 2022.

Silvio Ursini, deus ex machina di questi straordinari ‘gioielli tra i gioielli’ della maison romana del Serpente, veterano del brand prima come direttore marketing, poi responsabile della parte creativa e adesso vicepresidente esecutivo, ha molto da raccontare.

Cominciamo da lei…
Sono in Bulgari da 29 anni, ad aprile saranno 30. Con la crescita dell’azienda e una mia evoluzione personale, sono arrivato a governare il nostro centro studi stile, occupandomi di comunicazione ma anche di design del prodotto e dei negozi.
Fino alla fine degli anni Novanta, quando, come direttore creativo, ho pensato il concept dei Bulgari Hotels e me ne sono appassionato a tal punto che, dopo un anno sabbatico, ho deciso di dedicarmi a tempo pieno soltanto a questo. Sono diventato albergatore senza essere nato albergatore.
Una mosca bianca per i competitor, perché porto una prospettiva diversa, da viaggiatore e gestore di brand del lusso, radicalmente diversa da quella tradizionale orientata più al servizio e molto meno a una visione del progetto in grado di restituire all’ospite una coerenza generale di tutta l’esperienza.

La scelta del vostro operatore, il Marriott International Group, è stata decisiva nel promuovere questa visione?
Assolutamente. Abbiamo una partnership esclusiva con la divisione lusso del gruppo Marriott, con il quale, circa 20 anni fa, ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo riscritto gli standard operativi affinché potessero amministrare tutti i nostri alberghi con le stesse modalità. La formula resta invariata anche oggi: a noi l’ideazione degli hotel, a investitori locali la realizzazione, a Marriott la gestione. E allo studio Citterio Viel la progettazione.

Si deve a lei dunque anche la scelta dello studio di Antonio Citterio e Patricia Viel?
Ebbene sì. Come facemmo una selezione dell’operatore, così abbiamo optato per lo studio Citterio Viel, dopo aver incontrato diversi architetti. Ci siamo innamorati del loro approccio riconducibile a una versatilità che spazia dal disegno dell’edificio fino a quello della maniglia.
Condiviamo la medesima passione per una qualità di segno atemporale che corrisponde a un ideale di classicità. La riprova è che questo di Milano non è cambiato di una virgola da quando era stato concepito come primo hotel-pilota. È stato un incontro molto interessante, perché abbiamo chiesto a Citterio di interpretarsi con Bulgari. “Immaginati”, gli abbiamo detto, “che Mies van der Rohe incontri Caligola”.
Siamo romani, imperiali… anche se l’azienda è nata a fine Ottocento, il nostro substrato evocativo e onirico attinge a un patrimonio straordinario di classicità e mediterraneità. Però desideriamo un progetto contemporaneo, asciutto, che viva nel tempo.

Quindi se dovesse indicare quali sono gli elementi-chiave delle collezioni Bulgari Hotels & Resorts…
La collezione si fonda su alcuni pilastri indiscutibili. Il primo, e più importante, riguarda la scelta della città di ubicazione, che è sempre una grande capitale di respiro e frequentazione internazionale. Sembrerà banale ma se si sbaglia questa valutazione non si riuscirà mai a costruire un posto particolare.
Il secondo, conseguente, è la scelta del luogo che segue criteri razionali (l’indirizzo, la grandezza, i metri quadri, le viste, gli elementi distintivi quali il giardino qui a Milano o la scogliera a Bali), e irrazionali, come il genius loci, talvolta non subito percepibile. Lo è stato, inequivocabile, a Dubai. Quando abbiamo visto l’isola artificiale di Jumeirah Bay, irripetibile come posizione, scala, caratteristiche, costruita da zero in una dimensione priva di heritage architettonico e storico, ci siamo subito resi conto di essere in una situazione davvero unica.
Nel caso di Pechino e Shanghai, invece, è stata una progressiva scoperta. Bisognava entrare nello spirito e in comunione con gli elementi di quei luoghi. Guardare le navi che solcavano l’acqua, ascoltare il fiume e il vento ci ha stimolato a immaginare come sarebbe diventata quella zona di Shanghai, che era una tabula rasa prima del nostro intervento, in fondo al Bund, all’incrocio con la zona del Suhe Creek che regala una vista spettacolare dello skyline fino a Pudong.
Quando già era stato costruito l’hotel, un pomeriggio è arrivato un tifone e l’abbiamo fotografato dal ristorante, il cielo era diventato tutto nero. Sembrava Gotham City, una dimensione irreale. A Pechino, invece, la suggestione è giunta dalla presenza di un parcheggio, che è diventato un parco con salici piangenti e pini secolari provenienti dalle montagne della Cina.
Ci ha aiutati a fare di questo hotel un vero e proprio urban resort nella zona della finanza e delle ambasciate, che si estende lungo il fiume Liangma, poco distante da dove sorgerà nel 2019 la Fondazione Genesis Arte, con il suo museo d’arte contemporanea progettato da Tadao Ando.
Terzo elemento-chiave della nostra collezione è il progetto dell’edificio in sé, che interpreta il genius loci e sviluppa canoni stilistici collaudati, mettendo in scena ovunque, con rigore e perfezione esecutiva, i valori senza tempo del made in Italy veicolati nei materiali dell’architettura e negli arredi selezionati, con pochissime concessioni al design locale. L’unica eccezione in questo quadro è rappresentata da Bali, perché lì il cliente chiedeva di poter vivere un’esperienza locale, pur distillata e raffinata.

La vostra attenzione è sempre rivolta al centro benessere e alla cucina (in particolare quella di Niko Romito, chef abruzzese stellato Michelin, una costante in tutti i Bulgari Hotel). Come è cambiato, secondo lei, nell’ultimo ventennio, il concetto di lusso?
Mah, io sono un po’ della vecchia scuola e ritengo che di fondo il concetto di lusso negli ultimi quattro-cinquemila anni non sia cambiato per niente. C’è il desiderio innato dell’uomo di corredarsi di oggetti rari, preziosi, che gli arricchiscano l’esistenza. Certo, come trend si coglie una maggiore attenzione al benessere.
Una cosa che abbiamo imparato qui a Milano è che il cliente gradisce spazi generosi dedicati alla spa e alla bellezza, e abbiamo fatto tesoro di questo in altri interventi. A Pechino, c’è una spa di 1500 metri quadri su due piani con un’ampia palestra. Molti pechinesi la scelgono per un weekend esclusivo da passare in città. A Shanghai la spa è di 2 mila metri quadrati, la piscina coperta di 25 metri. Per il resto non è cambiato molto. O meglio, a noi non interessa tanto assecondare il trend dell’ipertecnologizzazione dell’esperienza negli spazi privati, legata per esempio alle potenzialità dell’interfaccia con gli smartphone di ultima generazione.
Nuova e interessante è invece la digitalizzazione dell’experience che si lega al fenomeno dei social media, sui quali una persona può prima informarsi e poi, una volta in loco, condividere come conoscenza personale. Peraltro, i nostri progetti sono molto fotogenici e ‘instagrammabili’: dettagli e scorci di design si prestano a essere comunicati con efficacia e amplificano il messaggio…

Il messaggio di un lusso e di una qualità senza tempo, ma anche di un’attenzione al luogo e alla sua cultura, diceva… C’è anche a Shanghai questa attenzione ai riferimenti locali?
Molto meno, ci siamo interrogati a lungo e, confrontandoci con i nostri interlocutori locali, abbiamo presto capito che a loro un’interpretazione italiana della cultura cinese non interessava. Quello che desiderano da noi è il design italiano. Nel progetto abbiamo comunque cercato di rispecchiare lo spirito di una città che è relativamente nuova e vibrante, un porto di mare e un luogo di divertimento notturno. Shanghai è un po’ la Parigi della Cina e ha vissuto un momento glorioso intorno agli anni Venti-Trenta. Il progetto si è orientato in quella direzione, privilegiando citazioni decò, un uso del legno scuro quasi nero, ponderati accenti di rosso.
L’hotel di Pechino, invece, è molto più simile a quello di Milano nella palette materico-cromatica: olmo, midollino, toni miele e soft che enfatizzano la relazione diretta con la natura, il parco e il verde dell’albergo collocato nella parte bassa di una torre.
Ritornando alla proposta di Shanghai, siamo stati anche fortunati, perché per uno straniero che volesse provare un’esperienza locale e tradizionale, accanto all’hotel contemporaneo c’è un palazzo storico primi Novecento, l’ex sede della Camera di Commercio, dove sono stati predisposti il salone per gli eventi e il ristorante cinese.

Invece il resort di Dubai…
Ah beh, quello è straordinario perché, come vi raccontavo, è parte di una location unica: 13 dei 52 acri della Jumeirah Bay Island, un pezzo di città residenziale sull’acqua, lontano dalla Dubai dei grattacieli, ma prossima al polo attrattivo del mall.
C’è stata l’opportunità di creare un piccolo villaggio racchiuso in una forma a emiciclo intorno alla marina per 50 posti barca, composto dall’albergo, sei edifici di appartamenti, 20 ville, compresa quella top di gamma di oltre 500 metri quadri, sei ristoranti, i giardini…
Il profumo di un borgo italiano del Mediterraneo percorribile a piedi. Anche l’intervento a Mosca interesserà la grande scala: un intero isolato del centro storico. Il progetto vedrà il restauro conservativo, l’armonizzazione delle facciate di edifici risalenti ad epoche diverse, innesti architettonici contemporanei e la totale ricostruzione degli interni, con la valorizzazione dello splendido cortile privato.

Dio è nei dettagli diceva Mies van der Rohe…
Sacrosante parole.

Anche per Bulgari dunque lo è?
Indubbiamente. Cerchiamo di recuperare quello che si è perso nel mercato del lusso alberghiero. Penso al ‘Dio nei dettagli’ dell’hotel Savoy di Londra, dove tutti i corpi illuminanti erano stati disegnati ad hoc, o al Parco dei Principi di Sorrento progettato da Gio Ponti tout court, dall’architettura alle piastrelle. Vogliamo riproporre quell’approccio. Senza mai abdicare al quid che fa la differenza nelle varie location.

Nasce ancora da lei l’esperienza che avete fatto al recente FuoriSalone di Milano, con l’intrigante  installazione di 1000 metri quadri nel Brera Design District firmata Iván Navarro e Courtney Smith, MVRDV e Storage Associati?
L’abbiamo pensata tutti insieme in azienda (la divisione gioielli, interior design e alberghi), come  riflessione corale sui parametri del colore, dei materiali, della modularità nell’identità stilistica del brand.

Particolarmente ben riuscita…
Direi di sì. Racconta, per parallelismo, come si è evoluto l’approccio allo stile anche dei nostri alberghi. Abbiamo vissuto tre momenti. Quello iniziale corrisponde alle realizzazioni di Milano e Londra, perché Bali resta un capitolo a parte. Quello attuale è rappresentato dagli esempi di Pechino, Shanghai e Dubai. Quello in fieri è in costruzione a Parigi, Mosca e Tokyo.
In una linea di forte continuità, la progressione si è contaminata con altre espressioni (assimilate per esempio dai progetti retail) e si può notare una sottile differenza tra questi tre momenti.
Qualche concessione in più al colore, a dettagli eclettici e a differenti forme di rappresentazione artistica. In sintesi, oggi osiamo di più per mantenere vivo il ricordo della nostra storia rispetto agli inizi. E ci siamo resi conto che, alla fine, è anche divertente.
Negli spazi comuni del Bulgari Shanghai, per esempio, c’è una collezione di foto d’archivio anni Cinquanta e Sessanta di Veruschka, Virna Lisi, Monica Vitti tra le altre, con gioielli Bulgari… Immagini sedimentate nella memoria collettiva che fanno sognare i tempi della Dolce Vita e le atmosfere della città eterna.

Ma lei dove vive prevalentemente?
Tra Roma, Grosseto e gli aeroporti.