La patina del tempo

Nel cuore della piana di Noto, una casa colonica diventa buen retiro e laboratorio di Antonino Sciortino e Maurizio Zucchi, con un mood chic e minimalista che ne riscopre le forme spontaneamente ‘nobili’ sospese tra presente e passato

 

Progetto di Antonino Sciortino, Maurizio Zucchi, Corrado Papa – Foto di Mattia Aquila – Testo di Antonella Boisi

 

“Il fascino rurale della grande mannera, dei rumori della natura e delle macchine agricole. Stanze che fanno subito estate. Un sole meraviglioso, la spiaggia e il mare poco distanti”. Antonino Sciortino e Maurizio Zucchi, gli ospiti di questa casa colonica nella valle del Tellaro coltivata a fieno, grano e limoni, la scoprono circa vent’anni fa e se ne innamorano subito.

“Non avevamo ancora maturato”, ricorda Maurizio, “l’idea di farne una foresteria-laboratorio-spazio di esposizione dei nostri lavori in ferro. Da quelli più artistici di Antonino come i volti-scultura stilizzati a quelli d’arredamento che progettiamo e realizziamo insieme, sperimentando anche l’accostamento del ferro con altri materiali stimolati dal dialogo con le aziende e con una rete di artigiani locali di fiducia”.

Insieme scelgono di cullare il sogno e di riscoprire la patina del tempo di questo luogo lasciato abbandonato, congeniale alla loro espressione linguistica, forse anche con l’ambizione di passarvi più tempo, ora che internet e connessioni aiutano. “Un buen retiro in Sicilia rappresentava la possibilità di riscoprire la qualità del tempo e di lavorare in modo più rilassato, creativo e ispirato. Senza il chiaro-scuro di Milano, l’impegno pressante di consegne e relazioni”, continua Antonino.

Con un amico architetto di grande esperienza, Corrado Papa, condividono dunque l’avventura di rendere abitabile e confortevole il casale, rispettando il genius-loci. Avevano trovato una costruzione fine Ottocento, sommatoria di fabbricati rurali, come di consuetudine cresciuti in modo spontaneo per assecondare esigenze famigliari e di attività, con una bellissima stalla deputata al ricovero dei bovini intorno alla corte con la mangiatoia.

Alla lunghissima stecca (circa 60 metri x 6), si era aggiunta sul terminale, intorno agli anni Cinquanta, una struttura abitativa (di 5 metri x 15) sviluppata su due livelli. Nell’insieme, si era configurata un’anomala forma a L con i due estremi congiunti da una corte riconducibile a una figura triangolare chiusa da una muratura alta di protezione verso l’esterno. Così era e così è rimasta.

Gli spazi di questa architettura rurale guardano infatti ancora oggi verso la corte e i terreni dell’intorno sospesi sulla foce del Tellaro e sul vecchio sito romano, negando qualsiasi rapporto con l’esterno, a garanzia di un’assoluta privacy, rafforzata dalla presenza di quattro magnifiche giacarande blu e una sequenza fitta di ombrose piante di carrubo.

Nella rimessa degli attrezzi meccanici agricoli al piano terra della struttura anni Cinquanta nasce il laboratorio di Antonino e Maurizio, il primo piano viene ridestinato a funzione abitativa (foresteria). “Il laboratorio, in realtà, l’abbiamo realizzato per ultimo”, riflettono, “prima abbiamo aggiustato la stanza dove si faceva la ricotta, poi quella a fianco dedicata all’olio, fino alla mandria, la stalla, dove sotto la grande tettoia per i bovini oggi esponiamo i nostri lavori”.

Succede infatti che nel primo dei vani della stecca 800esca, la stanza d’ingresso, un giorno crolli la copertura. La scelta è ardita: perdere delle cubature e mantenerla senza soffitto, confinata da muri scrostati di solarità mediterranea. Per permettere all’azzurro intenso del cielo siciliano di entrare in un soggiorno open-air nel quale organizzare cene sotto le stelle per amici e clienti. “Un incanto da vivere, un rudere ispirato alla famosa chiesa palermitana di Santa Maria dello Spasimo”, chiosano.

Il primo vano determina l’allineamento generale e una infilata di aperture, che perfora l’intera stecca centralmente, determinando una prospettiva profonda 50 metri che si conclude nell’incontro con l’ultimo vano fuori-schema della stalla. In questa architettura di scheletro, dove molti muri non intonacati esibiscono ancora con orgoglio le loro rughe, restava il problema di coibentare e rendere funzionali alle nuove esigenze abitative le differenti coperture.

“Quando siamo intervenuti sulla scatola degli anni Cinquanta, demolendo una controsoffittatura orizzontale di canne e gesso che separava gli ambienti interni dal sottotetto”, interviene l’architetto Papa,“abbiamo scoperto inaspettatamente delle nobili capriate che reggevano una copertura tradizionale a falde composta di travi, listelli di legno, manto di coppi, ma del tutto permeabile, senza alcun film di separazione tra interno ed esterno. Perché venissero conservate, le abbiamo riattualizzate, costruendovi sopra un tetto con uno strato di pannelli isolanti, una cappa leggera di gesso e un manto di tegole”.

Svuotati fino alle capriate, che determinano nel loro sviluppo degli unicum spaziali senza bisogno di setti divisori, gli ambienti sono stati poi impreziositi dal taglio fluido delle aperture e con una pavimentazione uniforme di cementine di colore nero costellate da luminiscenti scaglie di pietra lavica. “Mi sono ricordato di un artigiano di Avola che lavora ancora come agli inizi del secolo, con un album di modelli e motivi decorativi che veniva sfogliato dagli architetti Liberty”, continua Papa.

La semplicità della casa non richiedeva tanto, ma la qualità dell’intervento andava salvaguardata nei dettagli. Ecco allora che, diversamente, tutti gli altri pavimenti nella parte antica sono stati recuperati da un tufo locale dismesso, lasciato grezzo e facile all’ossidazione.

“Per la pavimentazione della corte”, spiega Papa, “l’idea è stata quella di utilizzare alcuni blocchi squadrati di tufo delle pareti dell’edificio anni Cinquanta riportati in orizzontale e posati a lisca di pesce, un’escamotage di una certa efficacia narrativa, nell’armonizzazione con le trame informi di pietra calcarea delle murature fine Ottocento.

Infine, per rimediare alla mancanza del classico balcone siciliano abbiamo previsto al primo piano del volume abitativo una sorta di vassoio in legno sostenuto da esili putrelle di acciaio che si avvicina a sfioro alla struttura muraria”. Un nuovo belvedere sulla piana agricola dove godere della frescura al tramonto.