Nel blu dipinto di blu

“In the manner of”, nello stile di Gio Ponti. Un’abitazione di Miami come un omaggio del progettista-committente al maestro della modernità milanese (1897-1979) in primis e al Good Design anni Cinquanta/Sessanta italiano.

“Sono due grandi mie passioni” riconosce Luca Andrisani, classe 1973, natali italiani (a Matera), studi e laurea in architettura a Roma, training molto formativo nello studio di Herzog & de Meuron a Basilea; poi, a New York, dove si trasferisce undici anni fa, in quello di Peter Marino; infine, impegnato a scale differenti in proprio. La terza è Miami, mare e cielo azzurri e sole tutto l’anno: un buen retiro, che, grazie ai voli low coast, riesce a vivere almeno una volta al mese.

“Una meta diventata stimolante sul piano culturale, soprattutto negli ultimi anni, da quando la ‘città magica’ non è più soltanto South Beach, ma anche Art Basel, fiera d’arte moderna, e insieme, Design Miami, global forum del design internazionale, in cui si ritrovano collezionisti, curatori, designer e critici di tutto il mondo” osserva.

Senza censure, nell’appartamento di cento mq cui se ne aggiungono altri 20 di terrazza, privilegiato belvedere in bianco e maioliche azzurre sull’Oceano, Andrisani ha potuto riversare tutte le fonti d’ispirazione della sua progettualità, che incontra la cura estrema nei dettagli realizzativi, la tipologia della casa mediterranea, il colore, le suggestioni del paesaggio; e, soprattutto, una vena décor che, congeniale alle linee pure ed essenziali del MiMo (Miami Modern), si nutre di tensione tra modernità e classici, le matrici della sua educazione italiana.

“Mi dovevo confrontare” spiega “con un impianto rigido: due camere da letto chiuse su ogni lato e un piccolo soggiorno al centro; volumi obbligati, nonostante siano all’interno di Oceanside Plaza, edificio del 1967 (nel distretto di Millionaire Row), pensato da Morris Lapidus secondo il suo noto design teatrale a linee curve e forme tondeggianti emblematicamente rappresentate dall’opera Fontainebleau Hotel, e, qui, dagli ambienti collettivi della lobby”.

Irriconoscibile, dopo l’intervento di ristrutturazione: apertura massima degli spazi, muri che limitano gli ambienti senza rinchiuderli, alla ricerca di un dialogo costante con il fronte segnato dalle generose vetrate trasparenti a tutta altezza vista mare, fluidità e flessibilità d’uso.

Merito di due ampie porte scorrevoli a scomparsa, che sostituiscono i tramezzi preesistenti, configurano una sorta di boiserie bianca unificante e danno ritmo al layout compositivo: da un lato la camera da letto con zona studio; al centro la cerniera delle zone living-dining comunicanti in modo diretto tra loro e con l’ingresso, a fianco del quale si apre l’angolo cucina; dall’alto la master-suite e il bagno dedicato.

Merito delle scelte materico-cromatiche che restituiscono l’efficacia narrativa degli ambienti bi-colore di pontiana memoria (nello specifico il rimando va all’Hotel Parco dei Principi a Sorrento realizzato nel 1964 dal maestro), reinterpretati con un pattern in bianco e blu chiaro e scuro, nei rivestimenti tessili degli arredi, nelle tende, negli oggetti; e soprattutto nella pavimentazione, il filo conduttore che collega visivamente tutti gli ambienti e la terrazza, rendendo riconoscibile in modo unitario e compiuto una dimensione abitativa proiettata alla fusione tra interno/esterno.

Andrisani ha selezionato delle mattonelle di ceramica dipinte a mano, disegnate nel decoro da Gio Ponti e realizzate dall’azienda italiana La Riggiola, che, nel bagno padronale, diventano anche fondale parietale per la consolle dei lavabi: geometrie grafiche-astratte che danno vita a ‘tappeti’ effetto optical e a superfici cangianti, vibranti e mutevoli, in rapporto all’incidenza della luce e delle ombre.

Commentava Ponti a proposito della sua opera sulla costiera amalfitana: “Penso sempre alle infinite possibilità dell’arte: date a uno un quadrato di venti per venti, e benché nei secoli tutti si siano sbizzarriti con infiniti disegni, vi è sempre posto ancora per un disegno nuovo, per un vostro disegno. Non ci sarà mai l’ultimo disegno…”.

Il ‘disegno’ di Andrisani coglie della citazione quella sintesi programmatica tra arte, design e architettura teorizzata dal maestro in cui anche lui crede fortemente. A modo suo, of course. Nel suo personalissimo repertorio di figure classiche e moderne rientrano arredi e oggetti vintage anni Cinquanta-Sessanta acquistati all’asta; pochi mobili leggeri, come poltrone e divani “manca una certificazione di autenticità, da antiquario amatoriale potrei dire che sono Gio Ponti.

E di sicuro sono d’epoca, non rifatti adesso”, un cabinet di Osvaldo Borsani, accessori di Piero Fornasetti, bicchieri di Carlo Moretti, specchi con cornici di Murano, applique e lampade di Barovier&Toso, Venini, Arteluce, teste di Moro in ceramica di Caltagirone… tutte presenze che parlano sempre di amore per la materia, artigianale o industriale che sia; e, vicine alla litografia di Cleon Peterson, protagonista di una parete nel dining, che documenta la dimensione temporale della Street Art di Miami 2.0, raccontano di epoche, momenti storici e luoghi che, sotto lo stesso tetto, possono respirare, con giocosità, una medesima aria.

Foto di Emilio Collavino – Testo di Antonella Boisi