Neotribalismo grafico

Affiora oggi una nuova linea estetica, quasi figurativa, capace di mostrare la grana rugosa del reale attraverso il nitore immateriale del segno

 

di Stefano Caggiano

 

Negli ultimi tempi si è venuto delineando un interessante fenomeno di sincretismo nel mondo del design, sorto dalla fusione delle due principali polarità che definiscono il ventaglio dei linguaggi contemporanei.

Da un lato, la seduzione visiva del digitale continua a esercitare una potente forza di attrazione nei confronti delle estetiche d’arredo. Dall’altro, lo sconquasso generato dal trasloco della cultura del progetto dallo stadio post-industriale a quello post-materiale ha ridato nuovo vigore alle energie ancestrali dell’agire creativo.

Questi due fronti convergono oggi in un inedito ‘neotribalismo grafico’, che aveva già iniziato a fare capolino durante la scorsa design week di Milano e nell’ultimo anno è cresciuto in modo discreto, ma deciso.

La prima a intuire che i tempi erano maturi per essere anticipati è stata Elena Salmistraro, per indole incline a muoversi sull’incerta linea di confine tra arte e design e, per questo, attenta più al senso para-figurativo della forma che ai dettami di rigide dicotomie vetero-funzionaliste.

A tale proposito, la semplificazione visiva che caratterizza tanto le interfacce digitali quanto il look (e la morale) dei supereroi dei fumetti – indiscussi protagonisti delle maggiori produzioni cinematografiche degli ultimi anni – costituisce lo specchio del sentire di un’epoca, in cui il singolo, travolto da una complessità informazionale impenetrabile per eccesso di trasparenza, cerca rifugio in chiavi di lettura facili, bidimensionali, ‘grafiche’ della realtà.

Anche la preoccupante diffusione di teorie del complotto, nutrite dalla produzione di fake news, deriva dallo stesso bisogno di capire una densità di informazione che travalica le possibilità di decodifica da parte del singolo, il quale, per non esserne prevaricato, sceglie la via della semplificazione estrema, al punto da distorcere la realtà per farla aderire alla rassicurante comprensibilità delle narrative della cospirazione. E, invero, è proprio il sentore che qualcosa non del tutto risolto persista al di sotto del luccichio delle grafiche patinate a inficiare, come un virus, la fiducia nello scenario estetico contemporaneo, e richiamare per contrapposizione le energie primigenie delle culture pre-moderne.

Bellissima, allora, la sintesi che Jaime Hayon ha dato di queste forze opposte nell’installazione Stone Age Folk per Caesarstone, in cui il segno grafico di volti o maschere è stato riempito con un materiale pietroso frutto del borborigmo carsico della terra.

In maniera simile, apparentemente leggeri, eterei come il digitale, ma allo stesso tempo opachi come la trasparente profondità dello specchio, sono anche i pezzi della serie Wise Mirror Mask di Lorenza Bozzoli, mentre un riferimento esplicito alle culture tribali si trova nella collezione di vasi Masai di Serena Confalonieri, essi stessi maschere incerte scomposte e ricomposte come in una versione post-moderna del cubismo.

L’interpretazione più asciutta, astratta e stilizzata del tribalismo che Marta Bakowski dà nelle arcane lampade a parete Sorcier mostra infine come questo linguaggio viva sul punto di oscillazione tra astratto e figurativo.

A caratterizzare il neotribalismo grafico è, infatti, proprio la capacità di mostrare la grana rugosa del reale attraverso il nitore immateriale del segno, come esemplificato dal pannello fonoassorbente Beetle che Alberto Sánchez, dello studio Mut Design, ha disegnato ispirandosi a uno scarafaggio. Il disegno dell’anatomia animale, riportata qui allo stadio elementare, riassume in sé la frattura fondamentale che attraversa la storia del design tra le estetiche figurative di derivazione artistica e le estetiche astratte messe a punto dal movimento moderno.

L’astrazione grafica di Beetle, pur avendo trasceso la dimensione figurativa, lascia intuire le fattezze di una maschera tribale allo stato nascente, dando il senso di uno sguardo cieco fisso su di noi. Ché, se il design moderno ha tolto il volto figurativo agli oggetti, ora questa assenza di volto ci osserva con insistente silenzio.