Oltre il giardino

Nel Mediterraneo, l’architettura è paesaggio e fusione di in&out, come spiega Ivan Gallo, progettista e grande interprete di quest’arte

 

Foto di Simone Florena, Alberto Ferrero, Mattia Aquila – Testo di Antonella Boisi

 

Se il paesaggio è insieme natura (smisurata) e artificio (misurato), in un numero sul Mediterraneo non poteva mancare un focus di approfondimento sul landscape project. Così a Ivan Gallo, progettista napoletano, classe 1968, specializzatosi alla Montalto, scuola di architettura del giardino e del paesaggio di Firenze, fondata da Pietro Porcinai, abbiamo chiesto di svelarci i segreti della sua arte.

E dalla sua ponderosa interpretazione di spazi verdi delimitati ma vitali, abbiamo selezionato due lavori personali, pensati per sé, dove interni ed esterni costruiti si fondono con grande naturalezza. Lo ‘stazzo’ in Gallura (Sardegna) e la villa nella campagna di Noto (Sicilia) rappresentano quasi un manifesto della sua poetica abitativa a tutto tondo.

Hanno giardini molto differenti, ovviamente, perché differenti sono i loro contesti di riferimento. Ma l’armonia che esprimono, fatta di forme morbide e irregolari, essenziali e rigorose, che assecondano i movimenti del terreno, racconta molto di più.

Qual è per lei il punto di partenza in un progetto?
L’analisi del territorio, senza dubbio. In Sardegna la natura è selvaggia, disordinata, quasi indomabile, non riconducibile a linee cartesiane. In Sicilia, di contro, il paesaggio può essere molto costruito e modellato. In ogni caso, cerco di restituire il genius-loci, l’humus culturale e i costumi delle persone dei luoghi in cui agisco.
E preservo tutto ciò che già c’è su un terreno, in termini di cromie, geometrie e forme, con l’ambizione del minor impatto possibile. Un approccio sostenibile. Nella fattispecie nel mio giardino in Gallura c’erano già un prato e un canneto con piante palustri autoctone che sono stati lasciati al naturale. Soltanto re-impaginati con altre note a piè di pagina.
Nelle campagne di Noto, invece, non abbiamo fatto altro che inserire la casa nell’agrumeto preesistente dove era facile l’approvviggionamento dell’acqua e quindi possibile anche il prato. Non dimentichiamoci che, in futuro, ci saranno sempre di più giardini senz’acqua, diventata una risorsa preziosissima. In Sicilia, poi, terra di cultura contadina, di orti e frutteti, una bella pianta fiorita che produce colori ma non sapori non funziona così bene.
Il coltivatore spreca acqua per avere qualcosa in cambio, non soltanto per il piacere estetico della vista. In questi due progetti, come al solito, ho scelto di inserire varianti quasi monocromatiche di verde. In questo riconosco la lezione di Porcinai, un grande maestro nell’arte di progettare la natura con un colore misurato.

Sul piatto della bilancia, qual è il peso del progetto paesaggistico rispetto a quello architettonico, in contesti come questi?
Il primo è preponderante, nel rapporto tra le parti. Durante il Medioevo ci siamo chiusi, quasi fortificati negli spazi interni. In seguito ci siamo resi conto che è molto meglio vivere all’esterno; oggi anche le cucine open air sono un trend, la continuità degli spazi in&out e degli arredi diventa fondamentale.

Che cosa significa in concreto?
Significa che prima di progettare una casa bisogna capire quali sono le immagini da raccogliere e da portare dentro le quattro mura. Non posso costruire prima una finestra e poi migliorare l’aspetto esterno fuori. Si tratta di selezionare i punti strategici di maggiore attrattiva del paesaggio e agire di conseguenza. Un po’ come si faceva con gli anfiteatri greci.

In questo senso la relazione con chi progetta il manufatto architettonico diventa imprescindibile…
Assolutamente. Purtroppo il valore della figura del progettista-paesaggista non è stata ancora del tutto compresa in Italia. Spesso gli esterni vengono affidati a un vivaista o a un agronomo. Il primo deve vendere le piante, il secondo le conosce bene, ma nessuno dei due ha la sensibilità di interpretare e valorizzare un luogo nelle sue peculiarità fisiche e nel rapporto con il costruito.

Quale ordine cerca di configurare nel disegno dei suoi giardini?
Cerco di disporre sempre le piante a forma libera, a meno che debba intervenire in un giardino all’italiana, tenendo però ben presente la fase della loro manutenzione. Dobbiamo essere così bravi da prevedere una potatura che assecondi quella che madre-natura già esercita nella sua regia di venti e correnti.
Certo, poi ci sono gli elementi architettonici che aiutano a stabilire confini e a dare una misura. Cinte, panchine, piscine, muretti in pietra a secco… I materiali con cui vengono realizzati fanno la differenza e vanno scelti nel rispetto di un luogo. Non in modo arbitrario, alla ricerca di effetti speciali. Se poi in un contesto c’è una presenza importante, perché non foggiare delle aperture dove lo sguardo possa arrivare? Come in una casa, se ci sono tanti oggetti l’occhio si confonde. Isoliamo e promuoviamo il più bello. L’attore cambia di volta in volta, può essere anche soltanto un prato.

Quando considera un hortus conclusus compiuto?
Il giardino non è mai compiuto. Evolve e si trasforma. Anche come memoria nel tempo di un luogo. Un giorno i miei giardini li vedrò dall’alto. Ma spero di aver trasferito tutti gli input alle persone che se ne occupano affinché la mia impronta possa continuare a far germogliare dei semi. Per ora seguo e accudisco, con collaboratori di fiducia, i progetti a cui sono più affezionato. Un modo per rivedere, in vacanza, gli amici per i quali li avevo pensati.