Portanatura

Vasi da fiori, acquari, portafrutta, ma anche gabbiette per uccelli e parchi urbani:
contenitori che ci spingono a riflettere sui limiti tra uomo e ambiente naturale e sul loro possibile superamento

 

di Guido Musante

C’è stato un momento, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, in cui l’uomo ha incominciato a sentire la necessità di trattenere la natura, inscatolarla o ingabbiarla, renderla codificabile, trasportabile e disponibile in ambito domestico e urbano. È quello il periodo della diffusione della tassonomia, ma anche dei grandi parchi, degli zoo, degli acquari, delle gabbiette per uccelli.

Nello stesso tempo si diffonde su vasta scala anche il primo, più antico e carismatico dei ‘contenitori di natura’: il vaso da fiori. Derivato dalla ancor più essenziale giara, contenitore di solo liquido, il vaso da fiori si confronta con la natura nella sua veste più emozionale e vibrante. Questo suo ruolo poetico ha da sempre stimolato una profonda ricerca stilistica, in cui la funzionalità elementare dell’oggetto si è spesso avvicinata ai linguaggi dell’arte.

I grandi temi figurativi, che tradizionalmente guidano il disegno del vaso, sono orientati da due princìpi antichi e complessi: l’ornamento e la forma, in molti casi utilizzati per richiamare i caratteri dell’ambiente naturale. Un modello presente non solo nelle figurazioni iconiche più classiche, ma anche, per esempio, nelle contemporanee sperimentazioni tecno-organiche su cui si concentra molta ricerca 3D-making.

Di certo si è trovato a suo agio con questo tema Ron Gilad, designer abituato a oscillare tra arte e oggetto seriale. Sua la collezione di portafrutta Fruit Bowl, disegnata per Danese: oggetti ridotti all’essenza di superfici invisibili in vetro e sottili linee monomateriche in metallo o legno, profili allungati sui quali i prodotti della natura si dispongono in equilibrio instabile, esaltati nella loro vividezza cromatica e commestibile da tanta metafisica astrazione.

Il progetto Vasi Comunicanti è finalizzato al sostegno del centro per disabili Sim-patia. Il punto di partenza proposto ai 55 artisti e designer partecipanti è un archetipo ‘quasi nullo’: un parallelepipedo in plexiglass trasparente alto 45 cm e largo e profondo 20. Tra i progettisti anche Andrea Branzi. La scatola trasparente non viene infatti minimamente intaccata, ma utilizzata come il contenitore primario di un piccolo vaso opaco. Il fiore all’interno non eccede il bordo superiore della teca, così che l’intera composizione ne risulti contenuta, protetta dal mondo e ammirata come la creatura di un universo lontano.

L’idea di vaso come installazione vegetale è proposta dal fotografo e image-maker svedese Carl Kleiner nel suo progetto Posture Vases (realizzato da Bloc Studios in edizione speciale per Luisaviaroma, 2017), che sostituisce però all’evanescenza un inerme e minerale senso di massa. Scaturiti da una pesante base di marmo Black Onyx o Green Jade dalla geometria primaria, i fiori si innestano su una leggera costruzione di fili metallici, paralizzandosi in un minimale ikebana che porta all’acme la fissità della posa fotografica.

All’opposto, la giovane designer giapponese Haruka Misawa realizza dei piccoli acquari. Esposto a Tokyo e a Taipei, il progetto Waterscape usa gli stessi elementi dei Vasi Comunicanti ragionando sull’interazione tra gravità e galleggiamento per esplorare un’ecologia a grado zero. Stampati in 3D, gli acquari contrappongono la geometria esterna del cubo trasparente a una seconda forma interna che media il rapporto con i pesci e le piante, rileggendo in maniera astratta i codici del paesaggio marino. Questa membrana plastica in alcuni casi genera un essenziale gioco di trasparenti matrioske dal cuore vegetale, in altri assume le sembianze di un corpo semi-estraneo e para-biomorfo, che dirige le traiettorie animali.

Insieme ai loro contenuti più o meno prigionieri, i diversi contenitori porta-natura inducono un’ultima riflessione. Il grande e discusso principio di biodiversità, che ancor più rispetto a quello di sostenibilità colloca l’uomo in una dimensione non egemone, può esercitarsi meglio nella ricerca organicista o, all’opposto, attraverso l’abbandono di ogni forma di mimesi? Probabilmente, è solo un problema di limite.