Sincretismo estetico

Richiami a rovine antiche, reinterpretazioni di modelli e materiali della storia e del folklore mediterraneo. I designer attingono all’iconografia della tradizione classica italiana. Per ricercare le proprie origini e trovare un’identità progettuale

 

di Valentina Croci

 

In una regione storicamente variegata come il Mediterraneo, il concetto di sincretismo culturale è quello che meglio descrive l’espressione artistica del contemporaneo. Analogamente, l’Italia è un mosaico di incontri e scambi di civiltà che ha regalato lacerti archeologici, frammenti di storia materiale ed eredità folkloristiche che entrano in modo preponderante nella ricerca linguistica del design.

Il tema dell’italianità come arcipelago culturale è stato ben analizzato dal documento “Palermo Atlas”, a cura di Ippolito Pestellini Laparelli dello studio OMA, presentato a Manifesta 12. Con una ricerca etnografica, storica e sociologica sul capoluogo siciliano, il documento ne sottolinea l’identità frammentata, frutto di influenze culturali e di scambi politico-economici che vanno dall’area europea e del Mediterraneo fino all’Africa subsahariana. Palermo diventa espressione, oggi come ieri, di realtà locali variegate che riflettono nuove condizioni globalizzate.

Nel design contemporaneo italiano, soprattutto quello più sperimentale o della piccola serie, è evidente una ricerca sulle realtà locali, sulle culture autoctone o sul folklore, espressa sia in chiave ironica sia nell’epurazione del segno che diviene astratto. Per esempio, sul soggetto delle tipiche luminarie del sud Italia possiamo trovare da un lato l’artista e designer palermitano Domenico Pellegrino, dall’altro il duo Analogia Project, di stanza a Milano.

Il primo mischia tavolozze di colori mediterranei, sagome di cuori ex-voto, tipici decori e addobbi siciliani in oggetti luminosi tra parata e fiaba dallo spiccato decorativismo. Andrea Mancuso ed Emilia Serra realizzano invece lampade discrete che diventano architetture sospese, caratterizzate dal solo gesto grafico, enfatizzato dalla preziosità del materiale: l’ottone.

Giocano con l’idea di ‘grechezza’ i Greece is for Lovers, studio fondato ai piedi dell’Acropoli da Thanos Karampatsos e Christina Kotsilelou. Il duo miscela simboli, segni e icone del passato e del presente con stereotipi sulla loro nazione, raccontando un mondo fantastico, fatto di memoria e di desiderio. Tra i loro prodotti, il tabernacolo Corner Shoppe: un esercizio di stile tra lusso e kitsch che riprende l’iconografia bizantina, realizzato da artigiani locali con conchiglie e metalli lavorati a mano.

Sui temi del recupero, sia del saper fare locale sia della cultura iconografica del territorio, è anche il progetto Best of Italy di Coincasa che, dopo il vetro Murano, sceglie le ceramiche del distretto di Grottaglie (Taranto) e le fa reinterpretare a Serena Confalonieri, Sara Ricciardi e Roberto Sironi. Tra i prodotti spiccano le Pupe di Sara Ricciardi, che dilatano la semplicità geometrica delle fiaschette bianche salentine e riprendono i segni tipici dell’incisione ‘al crudo’, con finitura lucida e opaca.

Affine è il progetto Meltemi di Gian Paolo Venier, realizzato in seguito a un viaggio nell’isola greca di Serifos dove il designer è venuto in contatto con l’atelier di ceramica Kerameio che colora i manufatti per ossidazione e non attraverso normale tintura. Come in altri progetti di Venier, il legame con la storia è un modo per elaborare e riattualizzare le fonti che, in questo caso, sono le forme della civiltà cicladica classica.

Non solo l’antichità è d’ispirazione ma anche i processi costruttivi; il risultato è un omaggio alla storia della scienza e tecnica. Giacomo Moor realizza per la galleria Giustini Stagetti la collezione Centina che allude alle impalcature realizzate per la costruzione degli archi. Tuttavia, quello che la vista suggerisce è un inganno perché, come nelle chiavi di volta per la chiusura degli stessi archi, gli elementi del sistema di Moor non lavorano a flessione ma a compressione, rovesciando una regola costruttiva secolare.

L’opera dell’artista romano Paolo Canevari si fonda sull’idea del dialogo tra passato e presente, memoria storica e quotidianità. Attraverso un linguaggio aulico e al contempo antieroico, vuole mettere in discussione la verità storica e i suoi simulacri. Nella collezione per Giustini Stagetti, Canevari viene a ricodificare la caratteristica sovrapposizione degli archi del Colosseo per creare arredi che giocano sul fuori scala e sul valore di un’iconografica estremamente familiare.

Analogamente, il cileno basato a New York Sebastian Errazuriz prosegue la serie Antiquity con la nuova collezione ‘Anything you destroy, we will rebuild’, otto pezzi d’arredo con cui ripensa le sculture classiche greche e romane attraverso utilizzi quotidiani, unendo il mondo dell’arte sacra e dell’iconografia antica al design anonimo e funzionale.

Il ricorso ai segni dell’antichità ricorre nel lavoro di Analogia Project. La collezione di tavoli in pelle Viae si ispira al lastricato delle antiche strade romane, mentre la collezione di Bestiary riprende elementi dell’architettura tardo romanica nella semplicità delle forme geometriche, nei mosaici e nei soggetti della decorazione. Tuttavia, l’estrapolazione dal loro contesto e il gioco di scala rendono questi riferimenti astratti ed enigmatici.

Con la collezione Ruins, Roberto Sironi riflette invece sul significato di ‘rovina’. Colpito dalla distruzione del sito archeologico romano di Palmira da parte dell’Isis, Sironi vuole rimarcare il ruolo delle rovine e la laro capacità di esprimere la distanza tra passato e presente. L’antropologo Marc Augé scrive in “Le temps en ruines”: ‘La loro incompiutezza contiene una promessa. Il sentimento del tempo che passa […] un senso del tempo tanto più stimolante ed emozionante perché irriducibile alla storia, perché coscienza della mancanza, espressione dell’assenza, puro desiderio”.

Così Sironi progetta una collezione che mischia citazioni d’epoca classica – frammenti di capitelli o colonne, sezioni di anfiteatro – con elementi di era industriale, quali le travi a doppia T. Tutte le parti, però, sono frutto di un artificio: realizzate in bronzo lucente le ‘rovine moderne’, in Marmo Artificiale di Rima quelle antiche, assieme creano un ibrido disarmonico ma ideale che, azzerando le distanze temporali, viene a incarnare le utopie della nostra epoca.